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Celestino V, non uomo del gran rifiuto ma testimone coraggioso del Vangelo

by | 13 Dic 2023 | Vita ecclesiale

Il 13 dicembre 1294 papa Celestino V abdicò dopo solo 3 mesi e 15 giorni di pontificato. Conosciuto erroneamente come il papa “del gran rifiuto” per la citazione poco benevola che ne fece Dante nel III canto dell’Inferno della Divina Commedia, l’ottantaquattrenne eremita Pietro Angelerio del Morrone viene eletto al soglio pontifico il 5 luglio 1294, “irruzione del soprannaturale nella storia”, come ebbero a dire Manselli e Pasztor. A causa dell’età e del carattere viene ritenuto un personaggio facilmente manipolabile. Celestino però intende dare subito un segnale forte, facendo sellare per l’incoronazione non un cavallo, ma un asino.

Giunto a L’Aquila il 25 luglio, scortato da una grandissima folla, Celestino già si trova stretto tra due fuochi: i cardinali insistono perché venga a Perugia, lui vorrebbe dirigersi verso Roma, mentre Carlo d’Angiò fa in modo che resti a L’Aquila. Vince il re di Napoli e il 29 agosto si celebra l’incoronazione nella basilica di Collemaggio, che Pietro stesso fece costruire in seguito a una visione.

Il 29 settembre firma la bolla con cui istituisce la Perdonanza di L’Aquila:“Noi che nel giorno della decollazione del capo di san Giovanni nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio dell’ordine di San Benedetto, ricevemmo l’insegna del diadema impostoci sul capo, desideriamo che quella chiesa si elevi ad onori speciali! Tutti coloro che saranno veramente pentiti dei peccati confessati, che dai vespri della vigilia della festa fino ai vespri immediatamente seguenti la festa stessa ogni anno entreranno nella predetta chiesa per la misericordia di Dio onnipotente e confidando nell’autorità dei santi Pietro e Paolo, assolviamo da ogni colpa e pena che meriterebbero per i loro delitti e per tutte le cose commesse sin dal battesimo”.

Il 6 ottobre il papa finisce per seguire il re Carlo a Napoli, nel cui palazzo alloggia in una cella in legno. Celestino continuava a vivere da uomo santo, ma ormai si sentiva sotto scacco: praticamente ostaggio del sovrano e in mano alle decisioni prese dai curiali. Sarà questa amara consapevolezza a far maturare in lui la decisione di rinunciare al pontificato e tornare alla sua amata vita eremitica. Fallito il tentativo di affidare il governo della Chiesa a tre cardinali – lui avrebbe avuto solo un ruolo formale di rappresentanza – il 13 dicembre del 1294 convoca in concistoro i cardinali.

Sedutosi sul trono impone il silenzio, lesse nel più profondo silenzio l’atto di rinuncia. “Io, Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità del mondo, al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale”.

Così il Papa eremita dopo 107 giorni di pontificato, offrì al mondo il “gran rifiuto”. Poi sceso dal trono, depose a terra la corona, il mantello e l’anello, sedendosi lui stesso a terra. Il 24 dicembre 1294 il conclave elegge Benedetto Caetani, consulente giuridico di Celestino, che prese il nome di Bonifacio VIII.

Se non è facile succedere a un pontefice santo, figuriamoci a un pontefice santo che è ancora in vita. Pietro raggiunge la Puglia per fuggire in Grecia, ma il destino non fu con lui. Riacciuffato dai messi papali, nell’estete del 1295 viene trasferito nella rocca di Castel Fumone. Pietro Celestino muore la sera del sabato 19 maggio 1296 recitando la compieta, mentre recitava il verso: “Ogni spirito lodi il Signore”. Secondo una leggenda nera, Pietro Celestino fu ucciso dai sicari mandati dal suo successore Bonifacio VIII, dopo una penosa prigionia.

Il 5 maggio 1313 dalla sede di Avignone, Papa Clemente V canonizza Pietro dal Morrone: l’eremita, non il Papa. Le sue spoglie sarebbero tornate nella sua amata basilica di Collemaggio a L’Aquila solo nel 1327. Il 28 aprile del 2009 papa Benedetto XVI, visitando il capoluogo abruzzese poco tempo dopo il sisma del 6 aprile, compì un gesto clamoroso, deponendo il suo sulle reliquie di Celestino V. E, quattro anni dopo, ne avrebbe seguito l’esempio l’11 febbraio 2013. Francesco Petrarca, nato otto anni dopo la morte di Celestino V, nel “De vita solitaria” celebra accoratamente il Papa eremita: “Persone che lo videro mi raccontarono che fuggì, con tanto giubilo, mostrando tali segni di letizia negli occhi e nella fronte quando si allontanò dal concistoro, libero di sé, come se avesse liberato il collo non da un peso lieve, ma da crudeli mannaie, tanto che gli sfolgorava in viso qualche cosa d’angelico”. Ormai Celestino era diventato un mito, il modello del papa santo. E Papa Francesco, nella sua visita pastorale all’Aquila in occasione della 728′ Perdonanza celestiniana, afferma che «Celestino V è stato un testimone coraggioso del Vangelo, perché nessuna logica di potere lo ha potuto imprigionare e gestire. In lui noi ammiriamo una Chiesa libera dalle logiche mondane e pienamente testimone di quel nome di Dio che è la Misericordia».

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