Il giorno che non ricordiamo

2 giorni ago

Prova a pensare a cosa hai fatto esattamente sette giorni fa. Non la settimana scorsa in generale. Proprio quel giorno. Dove eri? Cosa hai mangiato? Con chi hai parlato? Che cosa è successo nel pomeriggio? Qual era il pensiero che avevi in testa mentre tornavi a casa? È possibile che alcune risposte arrivino subito. Altre, invece, no.

E forse c'è un motivo ancora più curioso: potresti ricordare perfettamente un giorno di cinque anni fa e non riuscire a ricostruire con precisione quello di pochi giorni fa. Non è un problema di memoria. È il modo in cui la memoria decide cosa vale la pena conservare.

Ogni settimana attraversiamo giornate che sembrano importanti mentre le stiamo vivendo e che, qualche tempo dopo, diventano quasi impossibili da distinguere l'una dall'altra. Il lunedì assomiglia al martedì, il martedì al mercoledì, il mercoledì al giovedì. Stesso percorso, stesso ufficio, stessi gesti, stessi orari, spesso persino gli stessi pensieri.

La giornata è trascorsa, ma dove è finita? È finita dentro le altre. Il nostro cervello non registra la vita come una videocamera. Non conserva una copia integrale di ciò che accade. Costruisce una rappresentazione fatta soprattutto di ciò che considera significativo, nuovo, emotivamente rilevante o utile per orientarsi nel futuro. Quando invece non succede quasi nulla di diverso, la memoria ha meno appigli a cui agganciare quel giorno. Ed è qui che nasce il nostro "giorno fantasma". Non perché il cervello abbia premuto un pulsante per cancellarlo, ma perché non ha trovato abbastanza elementi per distinguerlo da quelli che lo circondavano.

Pensiamo a una settimana trascorsa interamente nella routine. Se provassimo a raccontarla a distanza di un mese, probabilmente non ricorderemmo sette giornate differenti. Ricorderemmo magari un episodio, una telefonata, una cena, una riunione particolarmente difficile. Il resto apparirebbe come una specie di superficie uniforme.

È un fenomeno curioso.Più una giornata è prevedibile, più tende a diventare invisibile quando la guardiamo a posteriori. Al contrario, una giornata piena di novità sembra quasi dilatarsi nella memoria. Una vacanza di una settimana può sembrarci lunghissima quando la ricordiamo. Abbiamo attraversato luoghi diversi, incontrato persone nuove, cambiato orari, assaggiato cibi mai provati, visto paesaggi insoliti. Ogni esperienza crea un punto di riferimento. Quando ripensiamo a quei giorni, la memoria trova molti "ganci". Non abbiamo necessariamente vissuto più ore. Abbiamo vissuto più differenze. Ed è proprio questa distinzione a cambiare il nostro rapporto con il tempo. Ci sono periodi della vita che, mentre li attraversiamo, sembrano interminabili. Poi ci voltiamo indietro e ci chiediamo dove siano finiti. Altri, invece, sembrano passare velocemente mentre li viviamo, ma quando li ricordiamo ci appaiono pieni, quasi più lunghi di quanto siano stati davvero.

Il paradosso è che il tempo vissuto e il tempo ricordato non sono la stessa cosa. Il primo scorre secondo l'orologio. Il secondo viene ricostruito dalla memoria. E la memoria non ama le copie.Ha bisogno di differenze.

Questo non significa che dovremmo trasformare ogni giornata in un'avventura o inseguire continuamente qualcosa di nuovo. La routine è necessaria. Ci permette di risparmiare energie, di sentirci sicuri, di costruire abitudini e di affrontare molte attività senza doverle reinventare ogni volta.

Il problema nasce quando la routine diventa così perfetta da rendere le giornate indistinguibili. Quando ci accorgiamo che non sappiamo più dire cosa abbiamo fatto martedì perché martedì è stato praticamente uguale a lunedì. Forse è questo uno dei motivi per cui, con il passare degli anni, abbiamo l'impressione che il tempo acceleri. Non necessariamente perché gli anni siano davvero più veloci. Ma perché diventano più prevedibili.

Quando siamo bambini, quasi tutto è nuovo. Ogni anno contiene prime volte, scoperte, cambiamenti. Da adulti, invece, molte esperienze vengono ripetute. Il cervello non ha bisogno di registrarle con la stessa intensità. E così mesi interi possono finire compressi in poche immagini. La cosa sorprendente è che non serve cambiare vita per interrompere questo meccanismo. A volte basta introdurre una piccola deviazione.

Un percorso diverso per andare al lavoro. Un posto nuovo dove prendere un caffè. Una conversazione che normalmente non avremmo iniziato. Un libro completamente diverso dai nostri soliti. Una passeggiata senza una destinazione precisa.

Non perché ogni novità renda automaticamente più felici. Ma perché la novità costringe il cervello a prestare attenzione. E dove c'è attenzione, più facilmente nasce un ricordo. Forse allora dovremmo smettere di chiederci soltanto quante giornate abbiamo vissuto. Dovremmo chiederci quante giornate siamo riusciti a distinguere. Perché una vita può essere molto lunga e, nella memoria, sorprendentemente breve. Settimane intere possono scomparire dentro la stessa routine. E forse il vero giorno fantasma non è quello che abbiamo dimenticato. È quello che abbiamo vissuto senza lasciare abbastanza tracce per poterlo riconoscere, un giorno, tra gli altri. Domani sarà un altro giorno. Ma tra qualche anno, quando proveremo a ricordarlo, sarà ancora lì? O sarà diventato semplicemente un altro giorno che non ricordiamo?

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