Alla scoperta della enciclica Magnifica Humanitas. Capitolo quinto
2 ore ago

Il capitolo quinto della prima enciclica firmata dal Vescovo di Roma Leone XIV, Magnifica Humanitas, porta il titolo: “La cultura della potenza e la civiltà dell’amore”. Il suo incipit si sviluppa all’insegna della armonia universale: «Qui la questione non riguarda soltanto l’efficienza di strumenti nuovi, ma il rischio che la tecnica, separata dall’etica e dalla responsabilità, renda più rapida e impersonale la decisione sulla vita e sulla morte, e presenti il ricorso alla forza come opzione immediata e praticabile. In un mondo sempre più interdipendente, la pace non è un tema tra gli altri, ma è una condizione del bene comune universale e un banco di prova della maturità morale dei popoli, specialmente di chi è chiamato a responsabilità di governo» (182). Il richiamo è indirizzato ai valori fondanti la vita umana: «Dignità della persona, bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia – come criteri per giudicare se le tecnologie servano realmente l’umanità oppure finiscano per assoggettarla, e considerarli come orientamenti per le nostre scelte» (183).
Le riflessioni del Pontefice mettono in guardia dalle sempre più bellicose tendenze attuali: «Se guardiamo alle dinamiche mondiali, riconosciamo sempre più chiaramente l’espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze. La moderna Babele non è soltanto il paradigma tecnocratico globalizzato, ma anche lo scontro a distanza tra imperialismi contrapposti, tra potenze che vogliono conservare il proprio primato e potenze che aspirano a conquistarlo, con una molteplicità di conflitti locali. È, inoltre, la corsa a sviluppare tecnologie sempre più potenti, o ad assicurarsene il controllo, secondo una dinamica disumanizzante che sembra non conoscere limiti»; l’orizzonte auspicato rimane il cantiere della speranza, cui diamo il nome di “civiltà dell’amore” (cfr. 185). La strada da percorrere si chiama: carità, giustizia, bene comune, fraternità, amore sociale (cfr. 186); accanto a: diritti e doveri condivisi, prossimità, incontro, cura reciproca (cfr. 187). I numeri 189-192 della Magnifica Humanitas condannano la scelta della guerra: «Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili» (192). Il giudizio morale è indicato come metro di misura dell’agire: «Esso implica coscienza, responsabilità personale e riconoscimento dell’altro come persona» (198); «Occorre indicare puntuali criteri di discernimento» (199).
L’Enciclica, firmata da Leone XIV, auspica l’edificazione di un multilateralismo; che soppianti il disordine, gli attuali conflitti, e le reciproche diffidenze (cfr. 201). Le sue analisi fanno emergere: «In questo contesto, la costruzione della pace è passata in secondo piano: la cooperazione allo sviluppo, il disarmo, la prevenzione dei conflitti e la costruzione di fiducia reciproca vengono lasciati da parte, in nome di logiche di potenza. Così si indeboliscono anche le conquiste del diritto umanitario: il principio di proporzionalità nella risposta alle aggressioni, la tutela dell’accesso ad acqua, cibo e beni essenziali, il rispetto per la vita dei civili e dei bambini vengono trattati come ingenue reminiscenze del passato» (203). La conquista della pace viene presentata come il frutto della giustizia e della carità (cfr. 205).
I numeri 210-228 di Magnifica Humanitas sono dedicati alla costruzione della civiltà dell’amore; a partire dall’azione della misericordia: «Anche nelle notti più buie, il Signore suscita uomini e donne capaci di non rassegnarsi e di perseverare nel bene: persone che proteggono i fragili e aprono varchi di riconciliazione. La memoria dei santi e dei giusti, dei costruttori di pace spesso dimenticati mostra che la grazia non elimina il conflitto con un gesto magico, ma genera una resistenza operosa al male e una sorprendente creatività nel bene. I cristiani vedono le tenebre e le chiamano per nome, ma non restano fermi a contemplarle: conoscono la luce e sanno che le tenebre non l’hanno accolta e non possono vincerla (cfr Gv 1,5). Per questo, essi servono il bene anche dove sembra avere l’ultima parola il dolore, sostenuti da una speranza teologale che dona alla realtà un orizzonte e una direzione» (211).
Il Papa ricorda a ciascuno: il peso della responsabilità pubblica e personale (cfr. 213); l’importanza del disarmo delle parole (cfr. 214); la costruzione della pace nella giustizia (cfr. 215); l’assunzione dello sguardo delle vittime (cfr. 216-217); la coltivazione di un sano realismo (cfr. 218); l’importanza di rilanciare il dialogo (cfr. 219-223); la necessità delle azioni diplomatiche e del multilateralismo (cfr. 224-227): «Nel contesto internazionale, la diplomazia della Santa Sede assume il principio evangelico della misericordia come criterio concreto dell’agire politico. È uno dei modi in cui la Santa Sede si pone a servizio dell’umanità, richiamando le coscienze alla carità e alla verità, difendendo la dignità di ogni persona e facendosi voce dei poveri, dei migranti e delle vittime delle guerre. In tal modo, la diplomazia pontificia esprime la cattolicità della Chiesa e contribuisce alla costruzione di una civiltà dell’amore in cui anche le nuove tecnologie siano orientate al bene comune».
La riflessione conclusiva del presente capitolo è radicata nella fede evangelica: «Non stanchiamoci di pregare per la pace e di impegnarci per realizzarla nelle nostre relazioni e nella società» (228).

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