Trasformare le spade in vomeri per costruire la pace. Il messaggio di Leone XIV per la cura del creato
3 giorni ago

Il messaggio di Papa Leone XIV per l’XI Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, reso noto oggi in vista della celebrazione del prossimo 1° settembre, ci raggiunge in un momento nel quale parlare di custodia del creato non può significare semplicemente parlare di ambiente. Le guerre che continuano a insanguinare diverse regioni del mondo, le popolazioni costrette ad abbandonare le proprie case, la distruzione di città e territori, insieme alle conseguenze sempre più evidenti del degrado ambientale, ci ricordano che tutto è legato. La vita dell’uomo, la pace tra i popoli e la salvaguardia della terra appartengono a un’unica responsabilità affidata da Dio alle nostre mani.
Non è casuale, allora, che Leone XIV abbia scelto come tema della Giornata le parole del profeta Isaia: «Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci» (Is 2,4). È una delle immagini bibliche più suggestive della pace messianica. Il profeta guarda verso un tempo nel quale ciò che è stato costruito per togliere la vita viene trasformato in uno strumento capace di farla germogliare. La spada diventa vomere, la lancia diventa falce. Il metallo rimane lo stesso, ma cambia la sua destinazione: non più ferire e distruggere, ma lavorare la terra perché produca frutto.
In questa immagine c’è già il cuore del messaggio del Papa. Leone XIV non propone una riflessione ecologica separata dai grandi drammi che attraversano l’umanità. Al contrario, mette in relazione la cura del creato con quell’impegno per la pace che sta caratterizzando il suo ministero petrino. Le diverse crisi che segnano il nostro tempo non sono indipendenti le une dalle altre: la sofferenza dell’uomo e quella della terra diventano, nelle parole del Pontefice, «un’unica invocazione di guarigione e di pace che sale da un mondo ferito».
La pace, nella prospettiva cristiana, non coincide semplicemente con l’assenza della guerra. Nasce da un modo diverso di guardare l’uomo, le relazioni, i beni della terra e, in definitiva, il dono stesso della vita. Per questo la guerra rappresenta sempre una sconfitta che non termina sul campo di battaglia. Distrugge vite, divide famiglie, costringe intere popolazioni alla fuga, ma nello stesso tempo devasta territori, compromette le risorse naturali, contamina l’acqua e l’aria, rende più fragile la sicurezza alimentare. Il Papa mette così in luce quel circolo drammatico nel quale guerra, povertà, ingiustizia e degrado ambientale finiscono per alimentarsi reciprocamente.
Emerge qui con chiarezza il carattere integrale della custodia del creato. Difendere il creato significa certamente rispettare la terra che Dio ci ha affidato, ma significa anche custodire l’uomo che la abita, la sua dignità, il suo diritto alla vita, alla pace, al cibo e all’acqua. Non esiste una vera ecologia che possa dimenticare la persona umana, come non può esserci autentica attenzione all’uomo se continuiamo a trattare la creazione soltanto come qualcosa da sfruttare. Leone XIV parla significativamente dei diversi «ecosistemi» che ci sono stati affidati: quello del creato, quello delle relazioni umane e quello del cuore dell’uomo.
Proprio il cuore diventa uno dei luoghi decisivi del messaggio. Possiamo cambiare le strutture, sottoscrivere accordi, elaborare programmi e assumere impegni internazionali, ma se non cambia il cuore dell’uomo, prima o poi torneranno a prevalere il desiderio di dominio, la ricerca del profitto immediato, l’indifferenza verso il più debole e quella perdita del senso del limite che il Papa individua tra le radici della crisi contemporanea. Le ferite inferte alla terra e quelle inferte agli uomini hanno spesso una medesima origine: la pretesa di possedere senza custodire, di usare senza rispettare, di dominare senza riconoscere che ciò che abbiamo ricevuto rimane anzitutto un dono.
Per questo Leone XIV torna sul tema della conversione. Non una conversione ecologica ridotta alla somma di alcuni comportamenti virtuosi, pur necessari, ma una conversione che nasce dall’incontro con Cristo e cambia il nostro modo di stare davanti a Dio, agli altri e al mondo. Senza questa trasformazione interiore, ricorda il Papa, la pace rimane fragile e di breve durata. Quando invece il cuore viene rinnovato, anche ciò che era destinato alla distruzione può essere orientato verso la vita, verso i poveri, gli affamati e la salvaguardia del creato.
Torniamo così all’immagine di Isaia. Forgiare una spada per farne un vomere richiede lavoro. Non basta deporre l’arma. Bisogna trasformarla. Forse è proprio questa una delle parole più forti che il messaggio di Leone XIV consegna oggi al nostro tempo: trasformare. Trasformare le risorse impiegate nella guerra in possibilità di sviluppo; la logica del dominio in responsabilità; l’indifferenza in cura; la paura dell’altro nell’incontro; un’economia che consuma senza misura in una economia capace di rispettare la dignità dell’uomo e i limiti della creazione.
Il Papa ci invita a immaginare un mondo nel quale le enormi energie oggi impiegate per la guerra possano essere destinate allo sviluppo umano integrale, al superamento della povertà, alla difesa della dignità della persona e alla riconciliazione tra i popoli. Non è un’utopia ingenua. Per il credente è un modo concreto di prendere sul serio la speranza del Regno di Dio.
La Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato ci ricorda allora che anche la preghiera deve diventare responsabilità. Non possiamo chiedere a Dio la pace e continuare ad alimentare divisioni e contrapposizioni. Non possiamo ringraziare il Creatore per i suoi doni e comportarci come padroni assoluti della terra. Non possiamo commuoverci davanti alle vittime delle guerre e rimanere indifferenti davanti alle ingiustizie che preparano nuovi conflitti.
C’è bisogno certamente di scelte politiche coraggiose, di una responsabilità internazionale più forte e di un impegno serio per la salvaguardia del creato. Ma c’è bisogno anche di uomini e donne riconciliati, capaci di custodire la vita nelle sue diverse espressioni. Perché la pace si costruisce anche nel modo con cui usiamo i beni, nel rispetto che abbiamo per la terra, nell’attenzione verso chi è povero e nelle relazioni che ogni giorno scegliamo di costruire.
Il messaggio che Papa Leone XIV consegna oggi alla Chiesa e al mondo porta dunque con sé una speranza e, insieme, un compito. Le spade possono ancora diventare vomeri. Ciò che oggi produce morte può essere trasformato in qualcosa che genera vita. Ma perché questo accada occorre cominciare dal cuore. È da lì che può iniziare quella conversione capace di condurci «dal deserto al giardino, dalla divisione alla comunione e dalla violenza alla pace».
E forse la domanda con cui accogliere oggi le parole del Papa è proprio questa: quale spada, nelle nostre mani e nel nostro cuore, siamo finalmente disposti a trasformare in vomere?

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