Migranti e accoglienza alla prova del Vangelo
1 ora ago

Il messaggio di Papa Leone XIV per la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato arriva in giorni nei quali il tema dei migranti e accoglienza è tornato al centro del confronto politico italiano ed europeo. Si discute di frontiere, di controlli, di sicurezza, della tenuta dello spazio Schengen. Il titolo scelto dal Papa, «Anche uno solo di questi bambini», porta però il discorso su un piano diverso. Prima delle strategie politiche, dei numeri e delle statistiche, prima anche delle nostre paure, c’è una persona. E quando quella persona è un bambino nessun ragionamento può prescindere dalla sua fragilità. Il riferimento scelto da Leone XIV è evangelico: «Chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me».
Forse dovremmo ripartire proprio da qui per leggere quanto sta accadendo in queste settimane. Senza semplificazioni. Uno Stato ha il diritto e il dovere di governare le frontiere, garantire la sicurezza, contrastare i trafficanti di esseri umani e regolare un fenomeno migratorio che non può essere lasciato all’improvvisazione. Il Vangelo non offre una politica migratoria già scritta e non sostituisce la responsabilità di chi governa. Ma offre un criterio. E per un cristiano quel criterio viene prima di ogni altra considerazione: al centro deve rimanere l’uomo.
Leone XIV lo dice con chiarezza quando chiede di «spostare l’asse del dibattito dalla mera gestione dei flussi alla tutela piena e immediata dei diritti umani», attraverso una risposta «coordinata, solidale ed efficace», capace di garantire protezione, accoglienza e reali possibilità di integrazione. Non dice che i flussi non vadano governati. Dice, piuttosto, che non possiamo dimenticare chi c’è dentro quei flussi.
È su questo punto che le scelte compiute negli ultimi giorni dall’Italia e da altri Paesi europei meritano una riflessione serena. Il ricorso ai controlli alle frontiere interne di Schengen è previsto dalle norme europee e non riguarda soltanto il nostro Paese. Diversi governi vi hanno fatto ricorso e nel 2026 risultano forme di sospensione dell’intesa in Italia, Austria, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Germania, Svezia e Francia.
Sarebbe quindi troppo semplice trasformare tutto questo in un atto d’accusa contro il Governo italiano. Il problema è più ampio e, proprio per questo, forse più serio. Quale Europa vogliamo costruire?
Schengen non è soltanto una norma sulla libera circolazione. Nel tempo è diventato anche il segno di un continente che, dopo aver conosciuto muri, guerre e frontiere insanguinate, ha provato a pensarsi diversamente. Certamente nessun trattato è un dogma e nessuna esigenza di sicurezza può essere ignorata. Ma quando la frontiera torna ad essere la prima risposta alle difficoltà, una domanda bisogna porsela: stiamo davvero risolvendo il problema oppure lo stiamo semplicemente spostando un po’ più in là?
Anche il confronto su migranti e accoglienza non può continuare a ridursi all'alternativa tra chi vorrebbe aprire tutto e chi vorrebbe chiudere tutto. La realtà è più complicata. La questione migratoria non può essere risolta da un singolo Stato. Non dall’Italia, non dalla Spagna, non dalla Francia o dalla Germania. E non può essere affrontata soltanto quando diventa emergenza. Serve quella responsabilità condivisa che il Papa continua a chiedere all’Europa e alla comunità internazionale: intervenire nei Paesi di origine perché nessuno sia costretto a partire, combattere le organizzazioni criminali, creare percorsi legali e sicuri, governare gli ingressi e, nello stesso tempo, costruire vere politiche di integrazione.
Non c’è contraddizione tra queste cose. La sicurezza non deve necessariamente essere opposta all’accoglienza. Il rispetto delle regole non è contrario alla solidarietà. Anche parlare del diritto a non partire è importante, purché questo non diventi un modo elegante per non vedere chi è già partito, spesso perché non aveva altra scelta.
Nel messaggio di Leone XIV c’è poi un passaggio che dovrebbe interrogare soprattutto noi cristiani. Il Papa non si rivolge infatti soltanto ai governi. Chiede alle comunità ecclesiali di trasformare l’accoglienza «da concetto astratto a pratica pastorale stabile». E aggiunge che non possiamo delegarla semplicemente alle associazioni o agli istituti che se ne occupano. Migranti e rifugiati devono poter trovare posto dentro la vita ordinaria delle nostre comunità.
È una parola scomoda anche per noi. Sarebbe facile chiedere alla politica di aprire le frontiere mentre magari teniamo chiuse le porte delle nostre comunità, delle nostre case, qualche volta persino quelle del nostro cuore. Sul tema dei migranti e accoglienza, il Vangelo non ci permette di chiedere agli altri una conversione che noi per primi non siamo disposti a vivere.
Per questo la Chiesa non deve schierarsi nella contesa tra maggioranza e opposizione, né stabilire quale governo europeo sia buono e quale cattivo. La sua libertà è un’altra: poter ricordare a tutti, senza eccezioni, che prima della convenienza politica viene la dignità della persona.
«Ogni bambino, ogni essere umano possiede una dignità infinita», scrive Leone XIV. E aggiunge che davanti al minore migrante siamo chiamati a compiere «un atto di umanità e di fede», perché proprio in quel bambino possiamo incontrare il Signore. Qui la questione smette di essere soltanto politica e diventa evangelica.
Possiamo discutere di quote, rimpatri, controlli, accordi internazionali. Possiamo avere idee diverse, anche tra cristiani, sulle modalità concrete con cui affrontare l’immigrazione. È legittimo. Quello che non possiamo fare è abituarci al dolore degli altri oppure ridurre uomini, donne e bambini a un problema da allontanare dai nostri confini.
Il Papa ricorda che il grido dei minori migranti «sale oggi a Dio» e lo accosta al grido del popolo oppresso ascoltato dal Signore nel libro dell’Esodo. E subito aggiunge: «Non possiamo restare indifferenti, né abituarci a tanta sofferenza».
Sono parole che non indicano un partito e non chiedono di abbattere domani mattina tutte le frontiere. Chiedono qualcosa di più difficile: cambiare lo sguardo.
Anche la Santa Famiglia ha conosciuto una frontiera attraversata nella paura. Maria e Giuseppe hanno dovuto prendere con loro Gesù bambino e fuggire dalla violenza di Erode verso l’Egitto. Non è un particolare marginale del Vangelo dell’infanzia. Leone XIV lo richiama proprio alla conclusione del suo messaggio, affidando a Maria i bambini migranti e chiedendo alle nostre comunità di diventare «segni vivi e credibili del Vangelo». Forse la parola decisiva è proprio questa: credibili.
Non serve un cristianesimo che grida contro qualcuno. Non servono neppure giudizi sommari contro chi porta il peso difficile delle decisioni politiche. Serve però una voce capace di ricordare, con rispetto e anche con fermezza, che non tutto ciò che è possibile politicamente è per questo sufficiente umanamente.
È qui che il dibattito su migranti e accoglienza trova, per noi, il suo criterio ultimo. Le frontiere possono essere necessarie. Le regole certamente lo sono. Ma nessuna frontiera dovrebbe diventare un muro dentro di noi. Perché, alla fine, per chi crede rimane una domanda molto semplice: chi c’è dall’altra parte?
Il Vangelo risponde prima ancora di noi: c’è un fratello. E qualche volta, «anche uno solo di questi bambini», c’è Cristo stesso.

Potrebbe interessarti