Violenza e sessismo online: il lato oscuro dei siti maschili e del mondo digitale

8 mesi ago

La bufera scoppiata sull'immorale gruppo Facebook "Mia moglie" ha portato l’attenzione sull’ennesimo episodio di violenza perpetrato dei confronti delle donne.
Si è scoperchiato il “vaso di Pandora” su un mondo online che fa paura. Non è nascosto nei meandri del dark web, né serve un hacker per trovarlo. Basta digitare due parole su Google o entrare in una qualsiasi chat Telegram “solo per uomini” per scoprire un’umanità disarmante, fatta di immagini rubate, video intimi diffusi senza consenso, commenti violenti, frasi sessiste, e battute che di comico non hanno nulla. Un mondo dove le donne non sono persone ma corpi, trofei, merce da esibire, valutare, giudicare, distruggere. Un mondo nascosto e con una diffusione incontrollabile, con conseguenze negative e irreversibili per molti.

Lo osservo da donna, e ogni volta provo le stesse sensazioni: disgusto, rabbia e incredulità.

Com’è possibile che questa violenza, così plateale su ogni piattaforma social, così quotidiana, venga ancora trattata come un sottoproblema? Com’è possibile che dopo ogni femminicidio si invochi il “mai più” e poi si lasci indisturbata questa fiera dell’odio digitale?

Non è pornografia, è violenza! Ciò che accade in certi gruppi e forum maschili va ben oltre il consumo privato di pornografia. Qui si parla di violare, umiliare, punire donne comuni, ex fidanzate, colleghe di lavoro, studentesse: le loro foto intime vengono condivise come trofei di guerra. E poi ci sono le donne note — influencer, giornaliste, perfino ministre o attiviste — che diventano bersagli costanti.

Il linguaggio è disumano e il più delle volte irripetibile. Nessuna empatia! Solo dominio, solo violenza che si traveste da goliardia, da "sfogo", da “cose da uomini”.

I nostri figli e figlie stanno crescendo in questo ecosistema malato. Ragazzine che vengono filmate durante rapporti sessuali e poi "passate" nei gruppi WhatsApp di classe. Ragazzi che, prima ancora di capire cosa sia il consenso, imparano che “se ce l’ha mandato, allora è colpa sua”.

Il digitale ha ingigantito la cultura dello stupro, rendendola accessibile, normalizzata, virale. È il sintomo di una mentalità che non è mai morta, ma che si è solo adattata ai tempi.

Quello che mi sconvolge, che più mi fa paura, è che molti di questi uomini non capiscono nemmeno la gravità di ciò che fanno. Quando vengono scoperti o si costituiscono, quando vengono arrestati per stalking, per molestie online, per "revenge porn", lo dicono chiaramente: "Ho fatto una cavolata".

Una cavolata? Come se la vita distrutta di una donna fosse poco più che una marachella, un errore di leggerezza, un incidente.

No, non è una cavolata. È violenza!
È potere esercitato con ferocia. È distruzione di identità, di autostima, di sicurezza. È l’annientamento silenzioso di migliaia di donne, ogni giorno.

Sì, oggi abbiamo leggi che puniscono il "revenge porn" e sì, esistono centri antiviolenza, strumenti per segnalare i contenuti, app per denunciare... ma spesso arrivano troppo tardi. Quando il video è già virale. Quando la ragazza ha già lasciato la scuola. Quando la donna ha già smesso di uscire di casa.

La verità è che non bastano le leggi se non cambia la cultura. E quella cultura è ancora profondamente sessista. Perché lo è quando si giustifica un uomo violento con "era geloso". Quando si incolpa una donna di essere troppo disinibita. Quando si ride di uno stupro o lo si minimizza in chat.

Non basta più parlarne dopo un caso di cronaca. Serve un’educazione sentimentale, sessuale e digitale continua, nelle scuole, nelle famiglie, nei media. Serve che gli uomini si prendano le loro responsabilità, che smettano di girare la testa dall'altra parte, che disinneschino i meccanismi della violenza anche tra amici, colleghi, fratelli.

Perché questo non è un problema solo delle donne. È un problema di tutti.

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