XXII Domenica del Tempo Ordinario – A. Commento liturgico alla Parola di Dio

24 ore ago

XXII Domenica

Rinnovaci con il tuo Spirito di verità, o Padre,
perché non ci lasciamo deviare
dalle seduzioni del mondo,
ma come veri discepoli,
convocati dalla tua parola,
sappiamo discernere ciò che è buono e a te gradito,
per portare ogni giorno la croce
sulle orme di Cristo, nostra speranza.
Egli è Dio, e vive e regna con te....

(MR3, XXII Domenica del Tempo Ordinario - Anno A, Colletta)

 

 

La XXII Domenica del Tempo Ordinario (A), pone il discepolo davanti a una delle esigenze più radicali del Vangelo: imparare a pensare secondo Dio e non secondo la logica del mondo. Dopo la professione di fede di Pietro ascoltata domenica scorsa, Gesù rivela quale sia la strada del Messia e, di conseguenza, quale debba essere quella di chi vuole seguirlo. La croce non è esaltazione della sofferenza, ma conseguenza di una vita consegnata nell’amore. Tutta la liturgia converge così sul discernimento della volontà di Dio: dalla Parola che brucia nel cuore di Geremia al «culto spirituale» indicato da Paolo, fino all’invito di Cristo a perdere la vita per ritrovarla.

Nella prima lettura Geremia lascia emergere tutta la drammaticità della propria vocazione. «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre»: il profeta sperimenta il peso di una Parola che lo ha conquistato e che ora lo espone alla derisione, all’incomprensione e alla solitudine. Vorrebbe tacere, sottrarsi alla missione, non parlare più nel nome del Signore; ma quella stessa Parola diventa nel suo cuore «come un fuoco ardente», trattenuto nelle ossa, che non riesce a contenere. La fedeltà non elimina dunque la prova, ma permette di attraversarla senza rinnegare la chiamata ricevuta. Geremia scopre che non può liberarsi di quella Parola perché, prima ancora di essere un compito affidatogli, essa è diventata parte della sua stessa vita.

Il Salmo responsoriale raccoglie questa esperienza e la trasforma nella preghiera dell’assemblea: «Ha sete di te, Signore, l’anima mia». L’immagine della sete dice il bisogno radicale di Dio che abita il cuore dell’uomo. Nel deserto dell’esistenza il salmista non domanda anzitutto che vengano eliminate le difficoltà, ma cerca il volto del Signore, perché ha scoperto che il suo amore «vale più della vita». La sete del salmista e il fuoco di Geremia si illuminano reciprocamente: chi è stato raggiunto da Dio può conoscere l’aridità e la prova, ma continua a cercarlo e ad affidarsi alla sua destra che sostiene.

La seconda lettura introduce un altro elemento decisivo. Paolo esorta i cristiani di Roma a offrire i propri corpi «come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio». Il culto cristiano non rimane confinato nel momento rituale, ma coinvolge l’intera esistenza. Il credente porta nella liturgia la propria vita perché, unita all’offerta di Cristo, possa diventare a sua volta dono. Per questo l’Apostolo aggiunge: «Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare». È precisamente il discernimento che attraversa questa domenica: riconoscere ciò che è buono e gradito a Dio significa permettere allo Spirito di trasformare progressivamente i nostri criteri, affinché la vita celebrata e la vita vissuta diventino un’unica offerta.

Nel Vangelo, questo cambiamento di mentalità appare in tutta la sua radicalità. Pietro ha appena confessato Gesù come «il Cristo, il Figlio del Dio vivente», ma deve ancora comprendere che cosa significhi veramente quella professione di fede. Gesù annuncia ai discepoli che dovrà andare a Gerusalemme, soffrire, essere ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro reagisce secondo una logica profondamente umana: non riesce ad accettare un Messia che percorra la strada della debolezza e della croce. Per questo Gesù gli rivolge una parola durissima: «Va’ dietro a me, Satana!». Non lo allontana dalla sequela, ma lo richiama al posto del discepolo: Pietro deve tornare dietro al Maestro, rinunciando alla pretesa di indicargli la strada. La pietra sulla quale Cristo edifica la sua Chiesa rischia altrimenti di trasformarsi in pietra d’inciampo quando pensa «non secondo Dio, ma secondo gli uomini».

Da qui nasce l’invito rivolto a tutti: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Gesù non invita a cercare il dolore e neppure a considerare la sofferenza un bene in se stessa. Prendere la croce significa entrare nella logica della sua esistenza, scegliere una vita che diventa dono. Rinnegare se stessi non significa disprezzarsi, ma rinunciare a fare del proprio io il centro assoluto dell’esistenza. Per questo il paradosso evangelico può essere compreso soltanto nella logica dell’amore: chi trattiene la vita esclusivamente per sé finisce per perderla; chi la dona per Cristo la ritrova nella sua pienezza.

La colletta propria dell’anno A interpreta in maniera particolarmente efficace l’intero itinerario della Parola. La Chiesa domanda al Padre di rinnovare i credenti con lo Spirito di verità, affinché non siano deviati dalle seduzioni del mondo e sappiano discernere ciò che è buono e a lui gradito. È evidente il legame con l’esortazione paolina a non conformarsi alla mentalità del mondo e, insieme, con il rimprovero rivolto a Pietro. Il problema del discepolo non consiste soltanto nel conoscere la volontà di Dio, ma nel lasciarsi interiormente trasformare per poterla riconoscere e accogliere. La preghiera giunge quindi alla sequela concreta di Cristo: portare ogni giorno la croce sulle sue orme. La croce viene così collocata dentro un cammino sostenuto dallo Spirito e illuminato dalla speranza: non ricerca della sofferenza, ma fedeltà quotidiana alla logica evangelica del dono.

La liturgia di questa domenica ci riconduce, dunque, alla verità della nostra sequela. Anche noi possiamo confessare correttamente la fede e, nello stesso tempo, continuare a ragionare secondo criteri lontani dal Vangelo. Possiamo desiderare un cristianesimo senza fatica, una fede che garantisca successo e sicurezza, mentre Cristo continua a indicarci la strada del dono di sé. Nell’Eucaristia incontriamo colui che non ha trattenuto la propria vita, ma l’ha consegnata per noi. Partecipando al suo sacrificio, siamo chiamati a diventare ciò che celebriamo: uomini e donne capaci di offrire la propria esistenza, di discernere ciò che è gradito a Dio e di camminare dietro al Signore. È lì, nel quotidiano dono di sé, che il paradosso evangelico si compie: la vita consegnata per amore non è perduta, ma ritrovata.

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