Terra Santa, è rimasto un briciolo di umanità?

10 mesi ago

Terra Santa: è rimasto un briciolo di umanità? Dopo l’attacco a Taybeh, il punto sul declino politico e morale di Israele

Sono passati ventuno mesi dall’inizio dell’offensiva su Gaza. Oltre 57.000 morti, più di 134.000 feriti, almeno dalle stime che si riescono ad avere, un’intera popolazione schiacciata tra le macerie del silenzio internazionale. Il 92% delle abitazioni è stato distrutto. Più di due milioni di persone vivono in strada, senza accesso a cibo, acqua, medicine o riparo. E mentre l’umanità corre a celebrare summit e vertici diplomatici, centinaia di civili sono stati uccisi semplicemente cercando del pane. È questo il volto moderno del deserto morale?

Taybeh e la Cisgiordania, una "bomba" a orologeria

Mentre gli occhi del mondo sono puntati su Gaza, la Cisgiordania è stata silenziosamente trasformata in una serie di ghetti. Le violenze dei coloni, le distruzioni di campi profughi, gli sfratti forzati, e il collasso economico dell'Autorità Palestinese stanno creando una polveriera pronta a esplodere. Ad oggi, oltre 70.000 palestinesi sono stati nuovamente sfollati. Le banche israeliane rifiutano il contante palestinese, e la crisi del carburante paralizza la vita quotidiana. Anche qui, il caos è a un passo.

Sta facendo notizia quanto avvenuto a Taybeh, villaggio cristiano della Cisgiordania e uno dei cuori simbolici del cristianesimo palestinese, bersaglio di attacchi quotidiani da parte di coloni ebrei estremisti incoraggiati dal clima politico promosso dall’attuale governo israeliano. In particolare nella notte tra il 25 e il 26 giugno, i coloni hanno incendiato una casa e un’auto nei pressi dell’ingresso est del villaggio, spingendosi fino alla chiesa melkita prima di allontanarsi. Il 7 luglio, nuovi incendi sono stati appiccati vicino al cimitero e alle rovine della chiesa bizantina di San Giorgio. Atti che si inseriscono in una spirale di aggressioni che coinvolge anche altri villaggi palestinesi, come Kafr Malik, dove l’esercito israeliano è intervenuto uccidendo tre civili durante scontri tra coloni e abitanti.

Gli abitanti di Taybeh, circa 1.300 cristiani suddivisi tra le confessioni latina, greco-cattolica e greco-ortodossa, vivono oggi in un clima di paura e tensione costante, sotto il fuoco dei coloni e la presenza armata dell’esercito israeliano. Taybeh è l'antica Efraim, luogo dove secondo il Vangelo Gesù si ritirò prima della Passione e che Saladino avrebbe ribattezzato “taïeb” (“delizioso”), ma oggi il simbolo vivente della fragilità della presenza cristiana in Palestina, minacciata da una colonizzazione crescente e impunita.

Il cardinale Pizzaballa si è unito oggi agli altri Patriarchi delle Chiese nella cittadina di Taybeh. Hanno condannato i ripetuti attacchi contro i cristiani da parte degli israeliani, dichiarando in un comunicato:

«Israeliani radicali provenienti dagli insediamenti vicini hanno intenzionalmente appiccato il fuoco nei pressi del cimitero della città e della Chiesa di San Giorgio, risalente al V secolo. Taybeh è l’ultima cittadina interamente cristiana rimasta in Cisgiordania. Queste azioni rappresentano una minaccia diretta e intenzionale alla nostra comunità locale, prima di tutto, ma anche al patrimonio storico e religioso dei nostri antenati e ai luoghi santi. Di fronte a tali minacce, il più grande atto di coraggio è continuare a chiamare questo posto "casa".»

Hanno inoltre affermato:

«Chiediamo le preghiere, l’attenzione e l’azione del mondo intero, in particolare dei cristiani a livello globale». «Questo fa chiaramente parte degli attacchi sistematici contro i cristiani che vediamo svilupparsi in tutta la regione.»

L'apocalisse di Gaza

La Terra Santa, cuore pulsante delle tre grandi religioni monoteiste, oggi è diventata un luogo dove la teologia sembra impotente e la geopolitica impazzita. In una terra dove Dio ha parlato all’uomo, l’uomo ha smesso di ascoltare. Il patto tra sacro e umano si sta dissolvendo sotto i colpi della vendetta e dell’indifferenza globale.

Gaza è diventata simbolo non solo della tragedia palestinese, ma della bancarotta morale di un ordine internazionale incapace di far rispettare le più basilari leggi dell’umanità. I numeri della distruzione non sono solo statistiche: sono i numeri dell’abbandono.

Ne sa qualcosa Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, che è attualmente al centro di una forte controversia internazionale. È diventata la prima funzionaria ONU nella storia a essere sanzionata dagli Stati Uniti, che le contestano il suo sostegno alla Corte Penale Internazionale (CPI) e le accuse rivolte a Israele di genocidio e apartheid. Le sanzioni prevedono il congelamento dei beni e il divieto d’ingresso negli USA, in base a un ordine esecutivo del presidente Trump che punisce chi collabora con la CPI contro cittadini americani o israeliani.

Oltre a queste misure, dopo che Albanese ha pubblicato un rapporto in cui accusa grandi aziende statunitensi (tra cui Google, Microsoft e Amazon) di contribuire all’occupazione israeliana, la relatrice ONU è diventata bersaglio di una campagna diffamatoria online che la accusa di contatti con gruppi terroristici e di mancanza di imparzialità.

Chi salverà Israele da sé stesso?

Il trauma del 7 ottobre 2023 ha segnato profondamente lo Stato d’Israele. Un attacco scioccante ha scatenato una reazione militare senza precedenti. Ma ora, a quasi due anni di distanza, è legittimo domandarsi: Israele si sta salvando o annientando?

Le scelte del governo Netanyahu, l’uso sproporzionato della forza, gli attacchi contro i civili, hanno ridotto il territorio di Gaza in cenere, ma a quale prezzo? La reputazione internazionale di Israele è crollata. Il sostegno della diaspora si incrina. Persino alcuni soldati hanno detto pubblicamente di aver ricevuto ordini di sparare su civili. Le accuse di genocidio non sono più solo titoli giornalistici, ma oggetto di analisi giuridiche internazionali.

Per non parlare del recente conflitto tra Israele e Iran, ribattezzato "la guerra dei dodici giorni", che ha dimostrato quanto già si sapeva: nel caos della regione, non ci sono vincitori. Solo macerie. I danni in Israele – 2.305 abitazioni distrutte, 13.000 sfollati – sono la prova che la deterrenza non è più sufficiente. Mentre l’Iran prosegue ora più che mai nel suo programma nucleare, Israele combatte una guerra su sette fronti contemporaneamente. Ma una guerra totale è un paradosso: non porta alla vittoria totale, porta al collasso.

Insomma: se Israele si è sempre considerato in lotta per la propria sopravvivenza, questa strategia apocalittica lo sta davvero proteggendo o lo sta esponendo a una guerra interna, a una nuova disgregazione?

E la Chiesa? La speranza fragile della fede

Eppure, in questo inferno, le chiese locali continuano a resistere. Il Patriarcato Latino rilascia i suoi dati: oltre 20.000 studenti hanno completato l’anno scolastico. 6.000 giovani partecipano a campi estivi. Parroci e religiose, pur con risorse minime, non si arrendono: offrono servizi, speranza e umanità. La fede non è fuggita da questa terra. La fede, forse, è l’unica cosa che resiste.

Ma anche la fede ha bisogno di giustizia. Nessuna dottrina può restare neutrale di fronte al sangue degli innocenti. La Chiesa non può solo contare le vittime, deve continuare a gridare nel deserto dell’indifferenza. Di fronte a questi eventi, la domanda non può che essere teologica: dov’è Dio? Ma forse la domanda più autentica è un’altra: dove siamo noi? La Bibbia insegna che quando l’umanità abbandona il povero, il forestiero e l’oppresso, anche Egli si ritira. In Terra Santa, oggi, non è Dio a essere silenzioso. Siamo noi ad aver smesso di ascoltarLo.

È ancora possibile salvare la Terra Santa?

La storia giudicherà duramente chi ha guardato altrove. Già oggi, Gaza è una ferita aperta sulla coscienza dell’umanità.  Israele ha ancora tempo per fermarsi, per riflettere, per smettere di credere alla retorica della vittoria definitiva. Il mondo ha ancora tempo per decidere se sarà complice o testimone. La Chiesa ha il dovere di essere profetica, anche a costo dell’impopolarità.

E la Terra Santa? Non sarà mai davvero santa finché ogni bambino che piange tra le macerie non sarà ascoltato come un nuovo Isaia, un piccolo profeta che ci chiede: "Uomo, dov’è tuo fratello?". 

Di fronte alle rovine della Terra Santa, la domanda più urgente non è più chi vincerà la guerra, ma se è rimasto ancora un briciolo di umanità.

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