Periodico di informazione religiosa

L’Avvento con Gregorio Magno. Seconda domenica d’Avvento

by | 10 Dic 2023 | Monasteria

L’Avvento con Gregorio Magno. 10 dicembre 2023, seconda domenica di Avvento

Giovanni Battista e Gesù cominciarono la loro predicazione con le stesse parole: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!” (Mt 3,2). Per questo nei Padri il Battista è presentato come l’esempio ideale dei predicatori di Cristo. Ma facciamo un’obiezione: Noi siamo molto gelosi della nostra libertà e amiamo fare le cose di nostra iniziativa; oggi non sopportiamo volentieri che qualcuno ci ripeta: fai questo o quello, fallo come ti dico io!“. Allora è umiliante essere servitori di Dio? Chi vorrebbe presentarsi o farsi chiamare come servitore? Si potrebbe rispondere che servire Dio è regnare e che Dio è immensamente grande e noi immensamente piccoli, ma si eviterebbe il cuore della questione. In fin dei conti essere il servitore di un altro significa stare ai suoi ordini e quindi diminuire o perdere la mia libertà. E questo è vero, laddove dobbiamo ubbidire solo ad altri uomini. Ma nella missione divina, ci fa capire il Battista, tutto cambia. Cristo ha eseguito senza riserve la volontà del Padre celeste: la sua volontà non è diminuita in nessun modo e, anzi, ha acquistato una tale dignità che gli è stato dato il potere in cielo e sulla terra. Dio è creatore e noi siamo creati a immagine di Dio. Fare la volontà di Dio significa quindi essere creativi, fare il bene nel dialogo con Lui, nella preghiera. Così facciamo insieme la volontà di Dio e la nostra, serviamo e siamo liberi. E nel grandioso mosaico dell’universo, in ogni nostra opera, ovunque ci troviamo, saremo messaggeri di Dio.

Si insegna con autorità, quando prima si fa e poi si dice

Chi parla di Dio agli uomini, deve anzitutto ricordarsi che anche lui è un pover’uomo, così che dalla sua propria debolezza valuti come insegnare ai fratelli deboli. Consideriamo quindi che noi siamo uguali a quelli che vogliamo correggere, o tali siamo stati un tempo, anche se per l’azione della grazia divina non siamo più così. Perciò correggiamo con cuore umile, tanto più moderatamente quanto più sinceramente ci riconosciamo in loro […] L’insegnamento delle persone arroganti ha questo di proprio, che esse non sanno esporre con umiltà quello che insegnano, e anche le cose giuste che conoscono, non riescono a comunicarle rettamente. Quando insegnano danno l’impressione di ritenersi molto in alto e di guardare di là assai in basso verso gli ascoltatori, ai quali sembra vogliano far giungere non tanto dei consigli, quanto dei comandi imperiosi[…] Comandano con durezza e violenza coloro che si danno premura non di correggere i loro sudditi, ragionando serenamente, ma di piegarli con imposizioni e ordini perentori. Invece la vera scienza fugge di proposito con tanta più sollecitudine il vizio dell’orgoglio, quanto più energicamente perseguita con le frecciate delle sue parole lo stesso maestro della superbia. La vera scienza si guarda dal rendere omaggio, con l’alterigia della vita, a colui che vuole scacciare con i sacri discorsi dal cuore degli ascoltatori. Al contrario con le parole e con la vita si sforza d’inculcare l’umiltà, che è la maestra e la madre di tutte le virtù, e la predica ai discepoli della verità più con l’esempio che con le parole […] Quando Paolo dice al suo discepolo: Questo devi insegnare, raccomandare e rimproverare con tutta autorità(Tt 2, 15), non chiede un atteggiamento autoritario, ma piuttosto l’autorità della vita vissuta. Si insegna infatti con autorità, quando prima si fa e poi si dice. Si sottrae credibilità all’insegnamento, quando la coscienza impaccia la lingua. Perciò è assai raccomandabile la santità della vita che accredita veramente chi parla, molto più dell’elevatezza del discorso. Anche del Signore è scritto: Egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi (Mt 7, 29). Egli solo parlò con vera autorità in modo tanto singolare ed eminente, perché non commise mai, per debolezza, nessuna azione malvagia. Ebbe dalla potenza della divinità ciò che diede a noi attraverso l’innocenza della sua umanità.

Dal Commento a Giobbe XXIII, 23-25.

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