Periodico di informazione religiosa

L’Avvento con Gregorio Magno. III domenica di Avvento

by | 17 Dic 2023 | Monasteria

L’Avvento con Gregorio Magno. 17 dicembre 2023, terza domenica di Avvento

Non sono“. Così risponde Giovanni Battista ai sacerdoti e ai leviti che erano venuti a interrogarlo. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Giovanni disse: “Non sono“, mentre tutti gli uomini scalpitano per essere o almeno sembrare qualcosa. Che lezione e che testimonianza immensa è racchiusa in questo: “Non sono“. Eppure nessuno vuole incamminarsi per questa via, tutti noi, che lo ammettiamo o no, vogliamo e vorremmo sempre essere qualcosa, ognuno al di sopra dell’altro. E per questo non troviamo pace, né interiormente, né al di fuori di noi stessi. Chi riuscisse a raggiungere questo “Non sono“, sarebbe giunto al cammino più prossimo verso la verità più alta e più profonda. “Non sono“: questo essere niente darebbe invece ovunque, sempre e con tutti, una pace eterna, vera, essenziale, che sarebbe il possesso più beato e sicuro del mondo. Il Battista è il testimone per eccellenza. Dice “Non sono“, rimandando al di là di sé, a Gesù, il Figlio di Dio che deve venire, l’unico che ha potuto dire: “Io sono“.

Lieti nella speranza

La speranza rende sicuri i santi, in modo tale però che essi stanno sempre in guardia contro la tentazione. Ad essi vien detto: “Servite il Signore nel timore ed esultate per lui con tremore” (Sal 2,11). La speranza li rende esultanti, la cautela timorosi. Anche quando tutto fila diritto, i giusti non dimenticano che sono ancora in questa vita, a proposito della quale Giobbe dice: “La vita dell’uomo sulla terra è una lotta” (Gb 7,1). Né dimenticano che sta scritto: “Un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla grava la mente dai molti pensieri” (Sap 9,15). Ricordandosene, sono timorosi e non osano ripromettersi sicurezza; ma, collocati tra la gioia della speranza e il timore della tentazione, sono fiduciosi e timorosi; si sentono al sicuro e stanno in guardia. Quando il nostro Redentore ci sorride con la testimonianza dei suoi doni e ormai ci favorisce con la sua grazia, non ci sentiamo ancora sicuri perché, in attesa del suo giudizio, siamo ancora titubanti a motivo della nostra debolezza. Vediamo che Paolo già sorride per la grazia divina, e tuttavia rimane ancora come incredulo per il timore che lo rende titubante. Il Signore gli aveva già manifestato la potenza della sua maestà parlandogli dal cielo, aprendogli gli occhi interiori e chiudendogli quelli esteriori; già aveva detto di lui ad Anania: “Egli è per me uno strumento eletto” (At 9,15); già era stato rapito in estasi al terzo cielo; condotto in paradiso, aveva già udito cose arcane che non poteva riferire; e tuttavia, ancora timoroso, dice: “Tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo aver predicato agli altri, venga io stesso squalificato” (1Cor 9,27). Ecco, per mezzo della speranza egli crede già alla grazia divina che gli sorride, e tuttavia non vi crede ancora con sicurezza.

Dal Commento morale a Giobbe XX, 8-9

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